Molte persone si portano dietro l’esperienza che un evento avverso, quale una separazione, la perdita del lavoro o un’altra circostanza sfortunata sia stato la causa di un cambiamento di rotta, in negativo, della propria esistenza.
“La mia vita ha iniziato ad andare a rotoli da quando mi sono lasciato…da allora non sono più riuscito a trovare nessuno, poi lentamente ho smesso di uscire e piano piano ho perso interesse nelle cose”.
E' corretto pensare che la fine di una relazione sia la causa diretta di un tracollo di questo tipo? Non proprio, non deterministicamente quantomeno. Le esperienze affettive interne non sono "passivamente" prodotte dagli eventi esterni, ma piuttosto il frutto dell'elaborazione attiva e personale di un soggetto.
Spesso l’evento ha semplicemente la funzione di “scoperchiare”, portando alla luce malesseri e difficoltà che la persona si porta dentro in maniera silente e che la perdita di contesti che offrono uno sfogo, un contenimento oppure una gratificazione (come possono essere nei casi sopra citati il matrimonio, il lavoro o altro) le impone di farci i conti.
Quanto dunque gli equilibri della vita sono effettivamente stabili, e quanto invece non dipendano da condizioni contestuali che ci si è costruiti per evitare il contatto con aspetti profondi percepiti come difficili da gestire? Frasi come “senza di lui/lei sarei finita/o”, “il lavoro è tutto per me” o “senza le persone che ho accanto chissà che fine farei” dovrebbero quantomeno alimentare il sospetto che parte del proprio adattamento al mondo sia costruito su basi non abbastanza solide.
Cosa conferisce dunque saldezza ed un senso di continuità nella propria esperienza di vita, pur in presenza di cambiamenti e scossoni? La risposta risiede nella propria capacità di sentirsi e riconoscersi in quanto se stessi sia nei momenti positivi, che in quelli negativi. E nel momento in cui ciò si realizza, il vuoto creato da una perdita esterna può essere trasformato in uno spazio interno pronto a lasciar entrare qualcosa di nuovo.




